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Come si fa a capire se un bambino ?ha un’allergia alimentare?

Uno dei primi elementi che può indurre più facilmente a sospettare un’allergia alimentare è la stretta correlazione tra l’insorgenza dei sintomi e l’ingestione dell’alimento sospetto.


In genere il bambino comincia a manifestare i primi disturbi dopo pochi minuti, o anche già durante l’assunzione dell’alimento.

I sintomi d’esordio più comuni sono generalmente a carico della cute e delle mucose (gonfiore delle labbra o della lingua, arrossamento del volto, orticaria), ma possono comparire anche sintomi respiratori (rinite o asma) o gastrointestinali (vomito, crampi addominali, diarrea). In alcuni casi, fortunatamente più rari, compaiono sin dall’esordio sintomi più importanti, come grave difficoltà respiratoria e calo pressorio.
In altre situazioni, deve far pensare a un’allergia alimentare la ricorrenza o il peggioramento di sintomi di moderata intensità, la loro cronicizzazione e l’associazione con altre manifestazioni, come per esempio l’eczema o dermatitite atopica sotto i 2 anni di età associato a scarsa crescita o dolori addominali o rigurgiti importanti.
La dermatite atopica è un’infiammazione della cute caratterizzata da eczema, intenso prurito con estrema secchezza cutanea. In alcuni bambini, soprattutto i più piccoli, uno dei fattori scatenanti è rappresentato dell’allergia alimentare per lo più ad alimenti correlati alle abitudini alimentari della famiglia e quindi comunemente al latte vaccino, uovo, grano.
Nel sospetto di un’allergia alimentare è opportuno che venga consultato il pediatra curante o l’allergologo prima di effettuare diete di eliminazione fai da te con l’ obiettivo di mirare la diagnosi ed evitare problemi nutrizionali.
Non esiste un test di laboratorio che da solo possa identificare o escludere un’allergia alimentare. Si tratta bensi di un percorso diagnostico che comprende una storia accurata dei sintomi, accertamenti direttamente sul bambino (prick-test), esami di laboratorio sul sangue, diete di esclusione finalizzate alla diagnosi e test di reintroduzione-scatenamento in ambiente protetto per il controllo di eventuali reazioni gravi.
Prick test. I test cutanei, o skin prick test, prevedono l’apposizione sulle braccia del paziente di una goccia di estratti degli allergeni più importanti che viene , successivamente fatta penetrare nella pelle con minima puntura con lancette sterili monouso. Qualora il bimbo sia allergico, nel’arco di 15-20 minuti comparirà un pomfo nella sede della puntura e il test sarà considerato positivo. È indispensabile la sospensione di antistaminici e cortisonici 3-10 giorni prima dell’esecuzione dell’esame, al fine di evitare di alterarne l’esito. Il prick test è una metodica molto attendibile, eseguibile a qualsiasi età, di rapida esecuzione e generalmente sicura. In casi di di non disponibilità di un estratto allergenico per l’alimento sospetto o per aumentare la sensibilità del test, può essere eseguito il prick-by-prick, che consiste nell’utilizzare alimenti freschi. In questo caso, si può contare sulla presenza di proteine potenzialmente allergizzanti che non sono state denaturate con la preparazione dell’estratto allergenico.
Dosaggio delle IgE specifiche. L’eventuale presenza delle IgE specifiche per allergeni alimentari può essere rilevata anche attraverso un prelievo di sangue. Tale metodica si può considerare attendibile quanto il prick test, col vantaggio di non provocare reazioni allergiche e di consentire la prosecuzione di eventuali terapie antistaminiche in corso. Gli esiti sono disponibili in base alle tempistiche dei laboratori e in genere a distanza di 7-15 giorni dopo l’esecuzione del test. Recentemente sono stati messi a disposizione per tali dosaggi allergeni purificati, definiti ricombinanti, con la prospettiva di aumentare la possibilità di tracciare un profilo mirato della situazione allergica del bambino. Queste ultime indagini che comprendono anche la tecnologia “microarray” sono, tuttavia, complesse da interpretare e pertanto di pertinenza dello specialista allergologo.
Ruolo della dieta di esclusione e del test di provocazione. La positività dei test non stabilisce tuttavia una relazione sicura di causa-effetto tra l’assunzione dell’alimento e la comparsa della reazione allergica. Per tale motivo, va instaurata una dieta “diagnostica” di esclusione dell’alimento o degli alimenti sospettati, per periodo breve variabile da 7 a 21 giorni a seconda dei sintomi per verificare il miglioramento dei sintomi con l’eliminazione di alcuni allergeni. Alla dieta di esclusione diagnostica, deve far seguito un test di reintroduzione dell’alimento/i. Tale test consiste nella somministrazione per bocca di quantità dell’alimento a dosaggi crescenti e definiti in base alle caratteristiche dei sintomi e delle reazioni dello specifico bambino. Il test va eseguito in ambiente “protetto” sotto la supervisione di personale competente nella valutazione delle eventuali reazioni e in grado di intervenire in maniera appropriata qualora queste si manifestassero. La correttezza di tutte le fasi di questo percorso diagnostico è fondamentale per la diagnosi e condiziona la gestione definitiva della malattia.

fonte: corriere.it
 

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